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Le esperienze di Roberto Rizzo iniziano quando, ancora diciottenne, decide di vagabondare per l’Europa, peregrinando per più di due anni nel continente viaggiando in autostop e facendo i lavori più svariati per racimolare i pochi quattrini indispensabili per sopravvivere. Tornato successivamente in Italia, continua a scrivere. Partecipa a molti concorsi letterari e di poesia, ottenendo risultati lusinghieri, e comincia a collaborare con diverse riviste. Conosce Eugenio Montale, che fortunatamente gli esprime simpatia ed al quale si affeziona moltissimo. È lui ad esortarlo a scrivere. Da allora ha cercato di non abbandonare mai la sua passione per Letteratura, Poesia, Teorie Filosofiche, Musica e Testi relativi. Oggi ha potuto mettere in pratica le esortazioni di Montale, riuscendo a scrivere a tempo pieno, certo che sia consequenziale il fatto che spesso gli accade di percepire la sensazione che sia proprio il poeta a compiacersi che lui l’abbia ascoltato.
Oggi incontriamo Roberto Rizzo, autore del libro ‘Il testamento’.

Qual è stata la scintilla che l’ha condotta a scrivere questo libro?

Nei romanzi poche volte è stata una scintilla a spingermi a scrivere. Quasi sempre si è invece trattato di una spinta emozionale, in questo caso, scaturita da un desiderio di giustizia.
Ci vuole dire perché questo titolo?
Perché reputo che, in quanto tale, il testamento sia il compendio di tutta la nostra vita e stranamente spesso possa retroattivamente mutarne il senso.
Quanto tempo ha impiegato per concluderlo?
Circa un anno.
Da dove trae ispirazione?
Credo che l’ispirazione sia già in noi. Iniziare a scrivere è un pretesto, spesso un’esigenza, occorre solo coglierne il senso.
Tra i suoi progetti c’è anche quello di proseguire la sua carriera di autore?
Senz’altro. Tuttavia, più che il proseguimento della carriera d’autore, per me si tratta di poter finalmente perpetuare una condivisione.
Riserviamo l’ultima parte dell’intervista a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti, di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato?
Ho avuto una vita particolarmente intensa e coinvolgente che non ha mai lasciato molto spazio per la mia passione ma, oggi che finalmente posso dedicarmi quasi esclusivamente alla letteratura e alla filosofia, centinaia di migliaia di consensi mi gratificano.
Devo dire che se ciò mi è possibile, molto del merito devo attribuirlo a mia moglie che conobbi undici anni fa nel Consolato Russo di Genova e che l’anno successivo sposai.
Anche ‘Il testamento’, il romanzo del quale abbiamo disquisito, deve la pubblicazione proprio a lei perché, senza ch’io ne fossi a conoscenza, inviò qualche mio romanzo ad alcune case editrici e, con mia grande sorpresa, tre di queste mi proposero la pubblicazione.
Fu proprio questo interesse che mi spinse a contattare qualche altra Casa Editrice tra le quali scelsi la Kimerik, considerandola più vicina di tutte le altre alla mia visione personale del rapporto tra il pubblico, l’editore e l’autore.
Come esprime la sua creatività? Concentra la sua creatività nella scrittura o usa altre forme espressive?
La creatività che più di qualsiasi altra mi appaga è la formulazione di un concetto nuovo che sia gratificante e soprattutto condivisibile. Spesso mi è accaduto di supportare le parole con musiche da me composte e che a mio avviso ne sottolineano il senso.
C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla?
Oltre la velocità della luce, lo spazio dell’Universo, l’infinitamente piccolo… oltre tutto… solo il Pensiero.
Cosa le piace?
Tutto ciò che richiede sentimento e concentrazione, soprattutto quando, oltre a me, dona sensazioni a qualcun‘altro.
Cosa non le piace?
I limiti di qualsiasi genere e qualsiasi natura, in particolar modo quando sono ammantati di presunzione.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi 3 anni?
‘Viaggio al termine della notte’, di Céline.
Nella sua vita cosa reputa fondamentale?
La Giustizia perché non è opinabile.
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