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Quello ch’è definito il fenomeno della “Blue whale”, nel quale un adolescente, eseguendo gli ordini di una sorta di curatore spirituale, si avvia progressivamente verso il suicidio, non ha nulla di trascendentale. Si tratta semplicemente dell’espressione più evidente di una società volta all’autodistruzione come forse mai in passato l’umanità ha conosciuto. Nella nostra civiltà, giunta all’apice della permissività, le uniche proibizioni riguardano le assunzioni delle proprie responsabilità individuali. Sostanzialmente, oltre ad essergli tutto consentito, nessun giovane deve venire frustrato da regole e tantomeno obblighi che potrebbero turbarlo, in un processo che di fatto ci ha progressivamente tolto il senso della lotta esistenziale e perciò della vita. In una società infatti dove dolore, sofferenza e difficoltà sono bandite, anche il piacere è una sensazione priva di connotazioni perché, non esistendo la propria antitesi, diviene imparametrabile. Il nostro permessivismo ci ha tolto ciò che più di qualsiasi altra cosa l’uomo ha bisogno e cioè la regola e il senso del giusto e dello sbagliato, privato dei i quali nessuno può sopravvivere senza frustrazioni devastanti.

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